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Marco Battistella


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Bersaglieri Ciclisti
Reggimento Bersaglieri
Maestro Mario Anzanello
Omaggi a S.M. il Re e S.E. il Capo del Governo


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Diario di guerra


La notte del 24 Maggio ero a Verona, pronto per la partenza, senza sapere qual fosse la destinazione, abbiamo poi saputo che si doveva partire per il Cadore. La tradotta era pronta per condurci fino a Calalzo. Qui giunti ci siamo fermati qualche ora tanto da poter consumare mezza scatoletta di carne e un pò di pane. Dopo un’ora, adunata e tutti pronti, zaino in spalla e partenza. Abbiamo camminato parecchie ore sempre in salita ed è facile immaginare la fatica, poiché da molto tempo non portavo più lo zaino.
Ci siamo portati fino a S. Stefano di Cadore e ci siamo accampati in un prato prima di arrivare in paese. Colà siamo stati pochi giorni, poi siamo andati nella Valle Visdente dove sostammo una ventina di giorni. In questo frattempo eravamo sempre in pattuglia. Il 13 Giugno ci siamo incontrati con una pattuglia nemica e a suon di fucilate abbiamo ucciso un austriaco, poi raccolto il morto, e perquisitolo, vi abbiamo trovato poco denaro e un tozzo di pane che sembrava fatto col sorgo rosso.
Negli ultimi di giugno siamo ritornati a S. Stefano e colà ci siamo ricoverati nelle case ed intanto ci facevano fare pratiche per comportarci bene al campo di battaglia. Il 12 Luglio di notte suonarono l’allarmi. Tutti i bersaglieri senza paura, in pochi minuti pronti in rango per ricevere armi e viveri. Ufficiali e soldati si diceva: “Adesso andiamo ad ammazzare i tedeschi”. E con tutto il nostro entusiasmo prima dell’ alba eravamo in marcia. Intanto il nostro bravo, Comandante Capitano Fossati, era sempre in testa per esplorare il terreno, onde non portare i suoi soldati in pericolo. Intanto ci si avvicinava sempre più alla linea di combattimento, già si cominciava a vedere qualche ferito dei nostri Alpini.

Le artiglierie bombardavano senza tregua; arrivati sul Monte Cavallino per fortuna, essendo nebbia, ci siamo schierati senza essere scoperti dal nemico. Venne poi la notte dal 14 al 15 Luglio e scoperti da una pattuglia nemica fummo costretti ad aprire fuoco che durò tre giorni e tre notti senza interruzione; ora vincevano loro, ora si vinceva noi, ma il nemico ebbe moltissime perdite di morti e ferite. Ritornati poi a S. Stefano il nostro Comandante ci fece una morale e ci ha esortato ad essere valorosi, dicendoci che la pace era lontana poiché il nemico era più forte di noi.
Venne il 13 Agosto, eravamo in Val Bona vicino a S. Marco. Il Battaglione comandato dal Maggiore Anelli Cav. Livio era formato di uomini scelti un po’ per compagnia, così pure era stato per gli altri battaglione e tutti assieme formavano la cosi detta “Compagnia della morte”. A far parte della medesima, toccò pure a me e al Sottotenente Guerrini. Il 15 Agosto ci portammo al Grand’ Hotel “Tre Croci” e nulla si sapeva ancora della destinazione.
Alla fine il Sottotenente disse: “ Vedete dove dobbiamo andare? Dobbiamo conquistare il Cristallino!” Prima siamo andati ad ascoltare la S. Messa, poi abbiamo ricevuto gli indumenti di lana, viveri e munizioni e cominciammo la marcia. Il giorno 17 siamo arrivati quasi sopra il detto monte, ci siamo attendati dietro le rocce e il Signor Comandante Capitano Cotto della 7° Compagnia Alpini, Battaglione Cadore, ci ha fatto una conferenza dicendo che l’ indomani tutti insieme ci saremmo trovati vittoriosi e gloriosi sulla cima di quel Monte.

Difatti sull’imbrunire dello stesso giorno, con la tattica di quel Capitano che ci condusse in linea, senza feriti né vittime, attaccammo il fuoco e dopo quattro ore di accanita fucileria, conquistammo il Cristallo e la cresta Pianca, con prigionieri e materiale da guerra.
Il 20 Agosto siamo scesi alle “Tre Croci” e dopo tre giorni il mio plotone col Comandante Guerrini dovette mantenere la posizione. Sul Cristallo abbiamo fatto due giorni di marcia per il Ghiaccio, e il Tenente ci dava sempre coraggio. Il 27 il nemico ci attaccò con un forte bombardamento, ma grazie a Dio abbiamo avuto solo qualche ferito. Il 30 scatenatosi un forte temporale, con fulmini e tempesta che durò per più d’un’ora. La fame era grande perché i viveri non venivano mai al completo essendo la salita del ghiaccio difficilissima.
Il 10 Settembre, venne l’ordine di avanzare al Comando del Tenente Colonnello Rigò, Comandante del 36° Battaglione Bersaglieri. Noi ci siamo schierati sotto le pendici del Cristallo e la Cresta Bianca, da poco occupati. La sera dell’11, altro ordine di avanzare, ma abbiamo fatto poco perché eravamo allo scoperto, però la 7° Compagnia Alpini, conquistò la quota 27 e noi potemmo dare delle sconfitte, tanto che numerosi nemici, sono rimasti morti sotto i reticolati.

Ma i nemici erano molto prepotenti, facevano vedere a noi che erano più forti e quando scoprivano anche un solo soldato dei nostri, gli sparavano qualche ventina di colpi di cannoni di grosso calibro.
Il 15 Settembre abbiamo dovuto andare sulla quota 27 per tenere la posizione, ed arrivammo dopo una giornata ed una notte di marcia. Appena arrivati sul posto scorsi un alpino morto che riconobbi in esso Barro Giuseppe di Mareno di Piave, perciò quasi mio compaesano, morto dopo aver combattuto eroicamente.
In quella stessa notte i nemici di pattuglia si accorsero che noi avevamo occupato il Monte e allora iniziarono un forte combattimento che durò per ventiquattro ore, ma noi soli senza temere la morte, mantenemmo la posizione.

Dopo pochi giorni il nostro Comandante tenente Guerrini disse che aveva ricevuto un ordine di ritirarsi, noi allora aspettammo la nebbia per poter discendere, ma questa non venne e nel frattempo la neve era caduta non lasciando nessuna traccia di sentiero, perciò non si poteva più orizzontarsi e fu ben pericolosa la nostra discesa, poiché i nemici a causa del bianco della neve, ci vedevano da ogni parte.
Finalmente, dopo tre giorni dolorosi, raggiungemmo il Comando del Reggimento che si trovava a “Tre Croci”. Colà ci siamo fermati circa dieci giorni e poi siamo andati alle Tre Cime di Lavaredo per mantenere quel fronte.
Venne la notte di Ognissanti e i nemici attaccavano su tutta la nostra fronte per poter conquistare qualche cosa, ma non riuscirono che a lasciar morti, feriti e materiale. In quelle posizioni non esistevano ricoveri, solo che una semplice grotta di neve gelata che arriva per riposarci durante il giorno.

La sera del 30 Dicembre i nemici attaccarono con un improvvisato bombardamento sopra il Susten, tanto che ci sono stati nove feriti gravi e due morti, noi però non ci siamo spaventati per questo, perché eravamo già abituati a sentire il cannone e la mitragliatrice.
Quelle che ci facevano paura erano le valanghe di neve che ci attaccavano da ogni dove e per le quali molti dovettero partire. Il 20 Gennaio 1916, la mia compagnia comandata dal Signor Capitano Nardi andò nella Valle di Uberbak per mantenere quella posizione. Trascorsero 40 giorni senza avere alcuna notizia, né delle nostre famiglie, né dal Comando, avevamo però viveri di rifornimento per tutto il tempo.
Nei primi di Febbraio ricadde la neve e fu continua la tormenta. Le cime dei nostri monti gonfiarono e la notte del 15 Febbraio una grossa valanga cadde sopra la nostra baracca, ove eravamo circa una ventina, che per fortuna nessuno rimase vittima, perché dopo poche ore fummo liberati dai compagni.

Il 26 Febbraio mi toccò andare col mio plotone nella primissima linea col Comandante Signor Tenente Vitossi e arrivati noi gli altri ritornarono nella linea di riposo. Dopo subito si staccò una valanga dalla Cima II che causò la morte a 7 Bersaglieri, tra i quali il Tenente Gobbo Luigi di Vazzola, mio compaesano ed amico.
In quei monti non vi furono fucilate, soltanto la guerra con la neve. Nella prima quindicina di Marzo avvenne il cambio e siamo andati nel Piano Cengia. Il Sottotenente Vitossi fu comandato di prendere dieci uomini e di andare di pattuglia nella Valletta dei Laghetti Boder, e fra i dieci toccò pure a me.
Era una notte rigida e serena, la valletta era pericolosa ma abbiamo potuto compiere egualmente il nostro dovere, poi nella 2° quindicina di Marzo siamo ritornati alle “Tre Cime di Lavaredo” località nella quale abbiamo mantenuto la fronte per tutta l’estate.

Alla fine di Marzo per iniziativa del nostro bravo Cappellano Don Luigi Genzato decidemmo di fabbricare una chiesetta lavorando nelle ore di riposo. Detta chiesetta venne terminata la prima Domenica di Luglio e venne inaugurata da Sua Ecc. il Generale Segato, Comandante del I° corpo d’Amata e dal Cappellano Don Carlo Riva.
Sua Ecc. tenne un elevato discorso patriottico incitando le truppe a compiere il loro dovere da veri soldati, così pure il Cappellano disse che il soldato cattolico non deve mai temere le fatiche e i pericoli della guerra, perché fatte volentieri si rendono meno pesanti.
Durante tale cerimonia eravamo tormentati dagli insetti più schifosi che esistono al mondo. A fine Settembre abbiamo avuto il cambio di tutto il Battaglione che era comandato dal Maggiore Anelli.

Iniziata la marcia sulla strada che da Misurina mette a Cortina, i nemici ci accompagnarono per circa due Km con raffiche di mitragliatrici e cannonate dalle quali subimmo qualche ferito. Dopo qualche giorno siamo arrivati al Feriso, sotto le pendici del Forame; accortisi i nemici, il nostro Comandante Sig. Tenente Canù, ci ordinò di schierarsi e trincerarsi che riuscimmo con vanghette e picconcini a formarci piccoli scavi onde ripararci almeno dalla signorina mitragliatrice.
Ricordo che nella mattinata all’alba vi fu un forte bombardamento proveniente da S.Pauso e dalla parte di Toblak, ma grazie a Dio non si ebbero a deplorare gravi perdite. Venne poi l’invernata del funesto 1917 e dovemmo ad ogni costo mantenere quelle posizioni: Faraone, Croda Ancora, Punta del Naso, che erano sopra Ospedale a 6 Km da Cortina, in quel tempo cambiammo il Comandante e venne il Signor Capitano Nicastro. In quella posizione, io dovetti stare per trenta giorni nei posti avanzati ed altrettanto nelle retrovie. Quando non eravamo nei posti avanzati, si lavorava giorno e notte per fortificazioni, sgombrare la neve e portare viveri nelle prime linee.
Nel mese di Febbraio, alla prima Compagnia di corvèe di turno per portare viveri alle altre compagnie. Appena arrivati all’imbocco di una galleria che sfociava sul “Faraone” si stacco una potente valanga che soffocò tutti i soldati con i relativi graduati. La notizia giunse al Comandante di quella Compagnia Sig. Capitano Cocconi il quale si mise subito ad urlare: “fuori, che il I° plotone è preso sotto la neve”.

Il Capitano era ormai alla testa dei rimanenti la disgraziata compagnia compreso il suo attendente e furiera. Nessuno è rimasto indietro ma prima di arrivare sul posto del disastro,altra valanga si staccò che seppellì quel valoroso Capitano con tutti i suoi soldati. Giunto poi il Sig. Maggiore Anelli con la mia compagnia ed un’altra si mise all’opera per poter salvare i nostri compagni, dopo aver lavorato tutta la notte e sotto la tormenta a nulla valsero i nostri sforzi per salvare la vita a quei poveretti.
Non ricordo la data, nel mese di Marzo, la mia compagnia ha dovuto andare sotto la Croce Ancora, posto difficile, poiché i nemici erano molto vicini. Dopo pochi giorni rimasero feriti il nostro Comandante Capitano Nicastro e il Sergente Maggiore Sartori Candido.
Rimanemmo col S. tenente Carli ed il Sergente Cancian. In tale occasione mi toccò montare di vedetta in un posto avanzato e pericoloso che era sopra la trincea più avanzata, il riparo era di pochi sacchetti di terra con lo scudo d’acciaio; la notte serena e fredda, i nemici attaccarono con mitragliatrici e fucilate perché la vedetta non avesse da sentire mentre mettevamo una grossa bomba con miccia in direzione del mio piccolo posto, che per fortuna scoppiò al piede di un palo reticolato.

Il fracasso però fu tanto grande che per un bel pezzo rimasi sbalordito. Appena sentito lo scoppio i nemici cessorono la fucileria credendo di averci sconfitti. Finalmente per tutta l’estate continuammo a mantenere quelle posizioni. Il giorno 4 Ottobre, i nemici inneggiarono al loro Imperatore Carlo per il suo onomastico, e noi cominciammo a dire:”Abbasso l’Austria Evviva il Re d’Italia, a morte Carlo!” E loro per risposta spararono qualche scarica di mitragliatrice. Noi facemmo altrettanto e così successe un combattimento per due ore, ma non si ebbe nessuna vittima da parte nostra.
Il 26 Ottobre, dietro ordine abbiamo abbandonato tutti i posti avanzati per ritirarci nei trinceroni, credendo di rimanere, ma nel contempo il Comandante del Reggimento con le lacrime agli occhi, ci disse che aveva l’ordine di abbandonare tutto.
Noi tutti, senza destinazione né di grado né di corpo, addolorati e delusi per dover lasciare nelle mani del nemico la nostra sacra terra dopo, 30 mesi di continui sacrifici, cominciammo la disastrosa ritirata. Eravamo sempre di truppe di copertura col Signor Generale Paiola, che seppe col suo comando farci ripiegare senza che subimmo tante perdite.

A Ponte delle Alpi eravamo un poco in pericolo, ed eravamo nel dubbio di essere presi, tutto ad un tratto sentimmo una voce a gridare:”Bersaglieri, gettate le armi che vi sono i tedeschi!”, ma quella voce era falsa. I bersaglieri invece innestarono la baionetta per difendersi in coso di essere sorpresi dal nemico. Dopo una lunghissima e faticosa marcia siamo arrivati a Feltre, e lì sostammo un giorno e una notte credendo di poter partire alla mattina, ma non fu possibile, poiché i nemici erano vicini e dovemmo aspettare il buio della sera.
Siamo arrivati a Valstagna il 5 Novembre più morti che vivi dalla stanchezza e dopo poche ore siamo montati in una tradotta che ci condusse in un paese del quale non ricordo nome. Sedemmo e finalmente dopo una lunga marcia siamo arrivati al paese di Altivole.
Ad Altivole siamo stati ricoverati nelle case per circa 48 ore, tanto da poter riposarsi un poco e dopo ripartimmo per il Montello. Giunti a Santi Angeli ci siamo ricoverati nelle case dei profughi ed era il giorno 9 Novembre; io guardavo il magnifico castello dei Conti Collalto che da due giorni i nostri bombardavano con cannoni da 305 e intanto pensavo alla fine delle nostre povere famiglie invase.

In quella posizione non si combatteva, c’era solo da lavorare tutta la notte per fortificare e da mangiare assai poco; eravamo pieni di sporcizia, trascurati e questo a causa del nostro esercito che era in rotta.
Verso i primi di Dicembre siamo andati a Treviso, nelle caserma di “Tommaso Salsa” e colà rimanemmo circa 25 giorni senza poter uscire solo si andava tutti i giorni a fare istruzioni in Piazza d’Armi. Tutti i compagni che conoscevo, o erano parenti o amici, ed avevamo le famiglie sulla sponda destra del Piave, loro avevano un conforto dai propri cari. Un giorno che facevo istruzioni vidi due giovanetti della mia bella e magnifica contrada Cal di Prade, Bonotto Riccardo e Dalla Cia Ernesto, che mi diedero 5 Lire con le quali ho fatto le Feste Natalizie.
Il 26 Dicembre lasciammo Treviso per andare sul Piave; arrivati a Maserada ci siamo accampati in un campo e ciò per pochi giorni. Nel giorno di Capodanno eravamo ricoverati nelle case e là abbiamo inaugurato con il grande giuramento che nel Piave stava scritto “DI QUI NON SI PASSA”.

Il nostro Colonnello Pirzio Siroli Cav. Alessandro, a noi senza famiglia ci ha consegnato un pacco in regalo accompagnato con parole di conforto dicendo che quello che i tedeschi hanno fatto subire a noi si sarebbe centuplicato per loro. Noi bersaglieri in coro abbiamo inneggiato a Trento e Trieste a tutto il sacro suolo d’Italia, al nostro ridente Veneto, che fra non molto a costo di indescrivibili sacrifici si doveva riconquistare. La mia compagnia era comandata dal Tenente Carlo Barbesti, avvocato, un vero padre di famiglia e non meno patriotta, che amava i suoi cari Bersaglieri ed in special modo quelli che si distinguevano per atti di valore.
Un bel giorno ci disse: “Ora andiamo a Candelù, colà vi sarà una semplice trincea, senza ricoveri e nel fondo dell’ acqua, ma il bersagliere robusto non dovrà spaventarsi per questo.” Appena arrivati nel luogo, alcuni di noi si lavorava per farsi un po’ di ricovero onde riposare la notte e parte dietro turno, si andava di pattuglia traversando il Piave con l’acqua fino alla cintola.
Nei primi di Gennaio abbiamo avuto il cambio e siamo andati a Vascon nelle case del Sig. Fossaluzza. Colà siamo stati un mese in riposo, nel frattempo che conosceva il lavoro dei campi andava in aiuto alle famiglie come in trincea. Il 1° Giugno si inaugurò la fondazione della 6° Brigata Bersaglieri con l’intervento di S. Ecc. Morra che con il suo elevato discorso assicurava la vittoria e ci animò di entusiasmo. Dopo pochi giorni tutto il Reggimento passò a S. Martino di San Biagio di Callalta e colà siamo stati fino al 15 Giugno e nel frattempo abbiamo avuto la visita di S. A. R. il Duce d’ Aosta.

Il giorno 14 la fanfara del nostro Reggimento suonava inni patriottici, la nostra cantina dispensava vino a sazietà e senza denaro tutto il giorno e fino a tarda ora della notte, il Comandante Tenente Barbesti ci rivolse parole d’ incoraggiamento facendoci capire che eravamo giunti al momento dell’urto formidabile col nemico.
Difatti nella mattinata del 15 alle ore 3, il nemico attaccò con tutta la suo forza. Il primo avviso ci fu dato col 305 che scoppiò a pochi passi dal nostro accampamento, e poi continuò con tutti i calibri. In pochi minuti eravamo tutti pronti per la partenza, ma subito venne un contr’ordine, perché il nemico aveva sfondato la linea e così dovemmo aspettare il nuovo ordine. Tutti con la maschera sul viso poiché il gas si era impadronito dei nostri occhi che non vedevano più dal gonfiore.
Alle ore 10 cominciarono i nostri cannoni il contrattacco, sparando che sembrava il finimondo, allora noi ci avviammo verso S. Biagio in ordine sparso al Comando del Tenente Colonnello Anelli Cav. Livio Comandante del 5° Battaglione. Appena passato il paese ci siamo trovati in mezzo ad un campo, ed una squadriglia di aeroplani nemici, scopertoci, facevano segnali alle loro artiglierie, mentre continuavano a bersagliarci con le mitragliatrici. Per fortuna si alzarono i nostri impegnatoci in lotta ne abbatterono due dei nemici.

Sull’imbrunire si scatenò un violento temporale con lampi e fulmini e una pioggia dirotta che ci bagnò tutti. A poco a poco ci avviciniamo sempre più al nemico il quale marciava verso di noi.
Il 16 mattina ci incontrammo con le prime pattuglie nei pressi di una casa del Conte Nini alla “Fossa” dove “DAL COMANDANTE DELLA DIVISIONE TENENTE GENERALE BRAGANZA EBBI UN ENCOMIO SOLENNE” con la seguente motivazione: “NON CURANDOSI DEL PERICOLO SOTTO I COLPI MICIDIALI DEI CANNONI E MITRAGLIATRICI DAVA SGOMBRO AI FERITI ED AL RITORNO FORNIVA LA COMPAGNIA DI MUNIZIONI.” Basso Piave 16 Giugno 1918.
Al Comando del Tenente Pietro Liessi, siamo andati all’assalto respingendo le pattuglie oltre Meolo. Mentre i nemici continuavano a retrocedere piano piano, tutto il Reggimento si schierò in linea al Comando del Colonnello Pirzio Biroli, che riceveva gli ordini dall’altro Colonnello di Fanteria. Dopo poche ore i nemici ci attaccarono nuovamente e di continuo per l’intera giornata, ma non riuscirono a sfondare la nostra linea, ma malgrado due dei nostri Ufficiali lasciarono la vita, e precisamente il Signor Pietro Liessi ed i S. Tenente Teneroni.

Gli aeroplani nemici continuarono a venire in esplorazione e a lanciare delle bombe sopra noi in seguito alle quali dei miei amici morirono. Io assistevo dietro la riva del fiume il povero Tenente Liessi, che poco dopo spirava. Il mio Comandante Barbesti in mezzo alla mischia gridava: “DI QUI NON SI PASSA”.
La notte dal 16 al 17 fummo attaccati più volte, nella mattinata sembrava che tutto fosse silenzio, ma il nemico favorito dalle boscaglie venne sotto i nostri reticolati. Noi si continuava a gettare spessoni e bombe e con le nostre mitragliatrici, man mano chi si scorgevano se li ricacciava indietro.
Nel pomeriggio prima di avere il cambio, abbiamo visto degli Ufficiali di Fanteria venuti per studiare la posizione, intanto ci siamo rinfrancati vedendo arrivare molta truppa, ma i nemici erano poco lontano e sentivano tutto quello che si faceva. Alle ore 16 il Sig. Colonnello mandò ordini a tutte le compagnie di andare all’assalto alla baionetta, ma prima che detto ordine fosse eseguito, i nemici ci contrattaccarono, poi abbiamo dato loro l’assalto con lotta accanita e quando abbiamo visto che molti di loro si sono resi dandosi prigionieri, ci siamo incoraggiati.

Ci fu grande spargimento di sangue da ambo le parti. In quella sera sembra la fine del mondo, i nostri cannoni ci sparavano addosso credendosi ritirati, i nemici allungavano il tiro credendo di aver avanzato perché volevano andare a Treviso ad ogni costo avendo molta fame, ma noi tutti d’accordo e senza distinzione di grado e di corpo sempre saldi e man mano che venivano sotto si faceva un massacro. Nella medesima sera ci siamo ritirati, ma quando le nostre forze erano sfinite in modo che la resistenza ci avrebbe fatto del danno.
Il giorno 18 ci siamo trovati all’appello in una casa a S. Biagio. Ai pochi rimasti S. Ecc. il Generale Farra ha esaltato la nostra Vittoria e commemorato il fondatore dei bersaglieri Alessandro La Marmora. Dopo un breve riposo di 24 ore siamo andati a Rovarè.
Appena arrivati, subito, all’assalto alla baionetta e inseguimmo il nemico per tutta la giornata del 20 Giugno. Alla sera si ebbe il cambio da una brigata di Fanteria, Brigata che si distinse per il suo valore e noi siamo poi montati in camion e ci siamo diretti verso Schio dove abbiamo dato il cambio a una Brigata di Bersaglieri, 1° 14° e 20° Regg. cola’ siamo stati fermi dieci giorni e poi per desiderio di S. A. R. il Duca d’Aosta siamo ritornati al Piave verso Candelù per mantenere quelle posizioni.

Qui giunti ci fermammo per 40 giorni, sembrava che fosse di già la pace, tanto era il silenzio da parte dei nemici. Non si faceva altro che ricuperare il materiale di guerra. Ai primi di Agosto siamo andati in riposo a Selvana. Mentre si faceva istruzioni nel Sile col Passaggio delle barche, venimmo a sapere che il Battaglione doveva conquistare l’ Isola Caserta, che sarebbe la Grave di Papadopoli.
Il 14 mattina ci avviammo verso il Piave e siamo arrivati a Maserada alla sera verso mezzanotte; dieci barche erano pronte con la I° Compagnia al Comando del Sig. Capitano Barbieri, aiutante del Maggiore del Reggimento, per dare l’assalto. Giunta l’ora, tutta la I° Compagnia cominciò piano piano ad avvicinarsi all’azione, mentre noi eravamo di scorta.
Tutti riuscirono a passare il Piave, senza esser scorti dal nemico, e l’azione riuscì bene perché ci impadronimmo di 40 prigionieri con il rispettivo Ufficiale e tutto il materiale che possedevano e anche la posizione. A mezzogiorno del 15 attaccò la mia Compagnia comandata dal Tenente Barbesti, poi la terza al Comando del Tenente Colonnello Sig. Anelli.

I nemici aprirono un fuoco micidiale con cannoni di grosso calibro sotto il posto dove si doveva sbarcare che per fortuna non ci recarono né danni né vittime. Nel mentre si lavorava per voltare il trincerone verso il nemico, sull’imbrunire il nemico cominciò il contrattacco, prima passò la trincea palmo a palmo con granate a schrapnels di piccolo calibro, mentre con i grossi calibri battevano il Piave perché non venissero rifornimenti e rinforzi, ma noi eravamo bene provvisti di munizioni e in quella notte ci attaccarono per tre volte.
Nella notte seguente tentarono un nuovo attacco, venivano sotto plotoni ed a tutti i costi volevano la posizione da noi conquistata. Il mattino del 17 abbiamo potuto vedere parecchi morti vicino alla nostra trincea. Alla sera abbiamo avuto il cambio da un Reggimento di Fanteria, e per dire il vero l’ho scampata bella perché potevo essere morto cento volte nel Fronte del Piave.
Nel mese di Settembre il mio Battaglione fu destinato a mantenere le posizioni a Saletto nell’isola Vittoria. Il nostro Comandante Sig. Tenente Barbesti andò in licenza e noi siamo rimasti avviliti senza il nostro coraggioso Tenente. Non ricordo la data, ma un bel giorno si seppe che la Bulgaria aveva fatto l’armistizio e che gli alleati continuavano ad avanzare in quel territorio, allora parecchi di noi siamo montati sulla cima dell’argine e cominciammo a dire: “Vigliacchi, arrendetevi” Nessuna risposta abbiamo avuto.

Intanto uno dei loro palloni drago fu incendiato da un nostro aeroplano ed allora vedendosi fottuti dopo qualche ora cominciarono a bombardarci con tutti i calibri. Ormai erano presi dalla disperazione e dal fanatismo e si vendicavano perfino con i morti del cimitero puntando i cannoni in quella direzione e ne fecero strage.
Ai primi di Ottobre siamo andati in riposo a Pero dove siamo rimasti quasi tutto il mese, e nell’ultima decina apprendemmo che era imminente la nostra azione per cacciare il tedesco dal nostro sacro suolo una buona volta e farla finita per sempre.
Il 27 Ottobre tutto il Reggimento si preparò, coperta da campo, munizioni e a mezzogiorno partenza per l’Argine a Maserada sotto la direzione del Sig. Colonnello Ugo Conti. Dopo la mezzanotte del 28 tutti i Battaglioni d’Assalto cominciarono ad attaccare il nemico e riuscirono a portarsi nell’argine sinistro verso Roncadelle. Qui a tutti costi non volevano ritirarsi e mentre eravamo dietro a consumare il rancio, uno squillo di tromba ordinò di avanzare. Tutti in un colpo lasciammo il mangiare e il Sig. Colonnello disse: “non è più tempo di mangiare”.

Avanziamo a sbalzi verso la località Fornaci vecchie e qui i nemici prepararono una terribile resistenza, ma dopo parecchie ore di lotta si sono arresi in massa Ufficiale e soldati gettando le armi. Poi ci avviammo verso Rustignè in ordine sparso perché in quel punto si trovavano delle piccole squadre che volevano fare resistenza. I nostri cavalleggieri andarono avanti in esplorazione ed il 30, siamo entrati in Oderzo con la fanfara in testa, poi ci avviammo verso Motta di Livenza e i nemici fecero sosta dietro l’argine omonimo.
Io prima di arrivarci domandai una breve licenza al mio Tenente Sig.Filiprandi che gentilmente me la concesse. Allora mi avviai verso San Polo di Piave, ma la guerra aveva mutato perfino d’aspetto i paesi tanto che ad un certo punto mi sbagliai strada.
Finalmente riconobbi le case del Sig. Bonotto Marco di Rai e sulla strada poco discosta c’era un gruppetto di gente che parlava commossa e stordita della nostra vittoria e da principio non mi riconobbero. Allora mi avvicinai a quei a quei miei compaesani e tremante domandai notizie dei miei cari che me le diedero buone.
Poi arrivai fino al molino di Rai poco lontano dalla mia casa dove incontrai il nostro Reverendo Arciprete Don Zanette. Domandai anche a lui notizia della mia famiglia, quasi presago di qualche disgrazia, e mi rispose con uno sguardo di compassione. Allungai il passo e in un attimo arrivai a casa mia. Trovai mia madre che piangeva, domandai angosciosamente con gli occhi ed ella mi disse: Tuo Padre! Era morto da una bomba da aeroplano nostro pochi giorni prima.
Il mio dolore mi permise ancora di confortare quei poveretti che per un anno avevano sofferto tutti dolori e che quest’ultimo colpo li aveva completamente depressi. Dopo poche ore dovetti ripartire per Motta perché ancora il mio dovere di soldato non era compiuto.
Arrivato sull’ argine della resistenza, trovai il Comandante Tenente Barsesti, morto da una pallottola e vicini a lui il Sig. Maggiore Zani e molti altri feriti. Dopo un giorno di accanita resistenza riuscimmo ad oltrepassare il Livenza e poi continuammo la vittoriosa avanzata.

Siamo arrivati a Torsa, dove con l’aiuto di altri corpi abbiamo circondato il paese facendo prigioniero un’ intera divisione col rispettivo Generale. Il 4 Novembre i nemici si schierarono davanti Paradiso piccolo paese della provincia di Udine, in piccole trincee resistendo per quasi un’ora, poi venne lo squillo di tromba che ordinava di cessare il fuoco. Allora il nostro, Comandante la Divisione Generale Farra e il Generale austriaco si strinsero la mano e gli austriaci si avviarono ai loro paesi vergognosi della sconfitta.
Il giorno 5 abbiamo resi gli onori ai nostri sette fratelli caduti in quel combattimento con due Ufficiali, uno di Cavalleria ed uno dei Bersaglieri, ultimi nostri eroi, che insieme a molti altri, che quando mi ricordo mi sento fremere di entusiasmo e di ammirazione!!!

Battistella Marco di Vazzola



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Risposte al diario di guerra


COMANDO DIVISIONE MILITARE TERR.

Udine 8 Giugno 1932


COMANDO DIVISIONE MILITARE TERR.
UDINE
IL COMANDANTE


Caro Battistella,

Ho ricevuto il Vostro diario spedito il 3 Aprile e l’ho letto con molto interesse e con molta commozione poiché m’ha ricordato le glorie dell’8° Bersaglieri da quando cominciò la guerra alla conclusione dell’armistizio il 4/9/1918 suggellando con la morte dell’intrepido S.Tenente Villasanta Medaglia d’oro la Sua magnifica epopea.

Si vede che la memoria delle imprese gloriose del Reggimento al quale abbiamo appartenuto non si sono spente nel tuo cuore e che la fiamma di un ardente spirito bersaglieresco è sempre accesa nel Tuo animo fiero e patriottico.

Bravo Battistella! Mi felicito con Te e ti auguro ogni bene.

Le fortune del denaro non fanno la felicità, anche se soddisfano il ventre, mentre quelle dell’anima rendono la vita degna di essere vissuta.

Abbiti i più cordiali saluti e con un evviva all’8° Bergaglier sono il tuo aff.

Gen. Alessandro Pirsio Siroli



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BERSAGLIERI CICLISTI

Firenze 9 Luglio 1926


BERSAGLIERI CICLISTI
IL COLONNELLO


Caro Battistella,

Ho letto con molto piacere il tuo diario storico e se pure in esso ho notato varie inesattezze dipendenti più che altro dalla impossibilità da parte tua di conoscere il preciso svolgimento dei fatti narrati, devo apprezzare la nobiltà dei tuoi sentimenti ed il forte spirito bersaglieresco di cui sei animato.

La mia parola di compiacimento ti giunga pertanto gradita, come intima soddisfazione del tuo ottimo passato di guerra.

Un affettuoso saluto

Colonnello Ugo Conti



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REGGIMENTO BERSAGLIERI

18 Aprile


REGGIMENTO BERSAGLIERI
IL COMANDANTE


Egregio Battistella,

Dal Sig. Generale Pizio Siroli ho avuto il diario di guerra da Lei scritto e quale Comandante del mio vecchio Reggimento mi è gradito esprimerLe per fresco e ardente ricordo ch’Ella conserva del Reggimento dei suoi Ufficiali e soprattutto La elogio per suo spirito bersaglieresco.

Le invio altresì un piccolo vaglia di L. 50 perché insieme ai suoi cari voglia bere alla glorio dell’8° Bersaglieri.

Suo Col. Umberto Di Giorgio



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Maestro MARIO ANZANELLO

Rai, 29 Gennaio 1933


VAZZOLA

Egregio Sig. Battistella Marco,

Le mando il Suo diario di guerra che ho letto con molto piacere e grande ammirazione. L’opera che Lei ha svolto sul campo di battaglia è un po’ quella di tutti i soldati d’Italia, vi è però nelle Sue espressioni, la confessione semplice e nello stesso tempo profondamente sentita di un uomo che nel pericolo, nel sacrificio e nella battaglia ha fatto vivere una continua fiamma di entusiasmo e di alto nobilissimo valore.

Attraverso le poche righe di storia si possono leggere altre parole che non sono scritte e sono il miglior elogio della Sua opera di soldato forte, semplice e modesto.

Se io devo aggiungere una parola di ammirazione, non la faccio per compiacenza, ma di cuore ed a piene mani.= Ai miei fanciulli ho letto tutto e ne rimasero commossi. Le sono anche per questo vivamente grato.

Infine, per mio conto La ringrazio del pensiero gentile; nel Suo diario ho trovato poche righe che mi hanno finalmente detto un po’ com’è caduto il Tenente Pietro Lessi, mio carissimo paesano ed intimo amico, bravo giovanotto pieno di cuore, di sapere e di valore.

Un giorno quando le ossa saranno riposte nel monumento di Fagarè, andremo a salutare anche qull’Eroe che insieme a tutti gli altri parlerà a noi ed ai più giovani un miracolo d’amore e di valore e sarà a tutti incitamento per nuove lotte nuovi allori.

Maestro Mario Anzanello



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COMUNE DI VAZZOLA Provincia di Treviso

Li, 21 Settembre 1932


Prot. N. 2932/2933
OGGETTO: Omaggi a S.M. il Re ed a S.E. il Capo del Governo
III. Sig. Battistella Marco
VAZZOLA


S.M. il Re e S.E. il Capo del Governo ai quali Lei ha inviato in omaggio un Suo diario di guerra manoscritto, mi incarico, a mezzo della Prefettura della Provincia, di esprimerLe i suoi ringraziamenti.

Distintamente

IL PODESTÀ


Generale Vincenzo Ragusa



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Scrivere la tua storia per far conoscere anche ad altri le tue avventure è semplicissimo. Serve solo un po d'impegno.
Raccolgli le storie di un tuo amico bersagliere, di un tuo superiore al servizio militare, di tuo nonno bersagliere o anche di te stesso, scrivi la tua bella storia magari corredata di una bella foto e ci invii il tutto per posta elettronica.
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Come hai modo di notare lo spazio per ogni storia è ripartito in una cella con la foto, a lato tutti i dati inerenti il protagonista e sotto il testo con la storia o avventura.
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